Towards a sociology of everyday statelessness

In the first weeks at the Robert Schuman Centre for Advanced Studies (EUI) I’m finalising an article for a special issue on ‘Markers of Identity’ linked to the Oxford Diasporas Programme and its sister programme at the University of Leicester. The article draws on the work I have done for the ‘Stateless Diasporas in the EU’ project with Dr Elena Fiddian Qasmiyeh and Dr Barzoo Eliassi. I’ve presented a draft version of the paper last June in Oxford and was very well received. I’ve now sent the manuscript to the editors, Professor Joanna Story and Dr Iain Walker, that have waited patiently (despite the deadline had passed a few weeks ago). Look forward to hearing their feedback.

Here is the abstract:

This article is an invitation to reflect sociologically on statelessness, to date mostly absent from an otherwise burgeoning sociological debate on citizenship, rights and legal status. Millions of stateless people worldwide challenge a core tenet of state-centric teleological imagination – that in order for the hegemonic state system to work everyone must be a citizen of a state – confirming instead the need for a more nuanced understanding of contemporary forms of membership attentive to the interplay of different rights regimes.

It argues that the experiences of Roma families who have lived for years in Italy in absence of any formal citizenship complicates Hannah Arendt’s powerful and insightful characterisation of stateless people as rightless; the lack of any citizenship doesn’t make them bare life, it reveals instead political subjectivity as an as embodied and emplaced process, where subjects negotiate individually and collectively their position in the world and vis-à-vis the state.

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From superdiverse contexts to superdiverse subjects: Report on IRiS conference (23-25 June 2014)

Nando Sigona:

Excellent summary of the conference, the title of the blog post captures an important tension in superdiversity scholarship

Originally posted on The Age of Superdiversity:

Superdiversity: Theory, Method and Practice. Rethinking society in an era of change.

23-25th June 2014, University of Birmingham

Report by Rachel Humphris @rachel_humphris

The Conference on ‘Superdiversity: Theory, method and practice. Rethinking society in an era of change’ took place at the University of Birmingham from the 23rd to the 25th of June. The event, organised and hosted by the Institute for Research into Superdiversity (IRiS), was the first international multi-disciplinary conference on superdiversity. It brought together more than 120 academics, policy makers and practitioners from different specialisms, theoretical perspectives and disciplinary backgrounds. The overarching aim of the conference was to explore the opportunities and challenges provided by pioneering research that seeks to explain our complex social realities in new ways.

From the left: Adrian Blackledge, Kiran Trehan, Jenny Phillimore and Nando Sigona

From the left: Adrian Blackledge, Kiran Trehan, Jenny Phillimore and Nando Sigona

Although the term superdiversity could be considered relatively new, it has rapidly evolved and gained recognition…

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Coming soon: Ethnography, Diversity and Urban Space, the book

Originally posted on 171bus:

Ethnography, Diversity and Urban Space
Edited by Mette Louise Berg, University of Oxford, UK, Ben Gidley, University of Oxford, UK and Nando Sigona, University of Birmingham, UK

Across Europe, multiculturalism as a public policy has been declared ‘dead’ but, everyday multiculture is alive and well. This book explores how people live with diversity in contemporary cities and towns across Europe. It weaves
together ethnographic case studies with contemporary social and cultural theory about urban space, migration, transnationalism and everyday multiculture.

This book was originally published as a special issue of Identities: Global Studies in Culture and Power.

Published by Routledge.

Flyer: Ethnography, Diversity and Urban Space UK Flyer [20% discount!] [pdf]

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Un ricordo di Piero

Piero Colacicchi, 1937-2014

Piero Colacicchi, 1937-2014

Il 13 Agosto 2014 si sono svolti a Firenze i funerali del professor Piero Colacicchi, docente all’Accademia di Belle Arti, archeologo dilettante e attivista instancabile per i diritti delle minoranze.

 Piero non c’è più, la sua morte lascia un enorme senso di vuoto; la sensazione di qualcosa di non-finito, di parole, idee e azioni che dovevano ancora venire, che stavamo discutendo e progettando insieme con gli altri membri di OsservAzione, il collettivo che avevamo formato nel 2005 e di cui lui era stato il primo presidente. Progetti che avrebbero preso forma nelle prossime settimane e mesi e che si innescavano senza soluzione di continuità in un dialogo iniziato anni fa, alla fine degli anni 90 a Napoli, in un’affollata riunione in cui lui presentò ‘Il paese dei campi’, il rapporto dell’European Roma Rights Center a cui aveva dato un contributo fondamentale, e si discusse la nascita di un coordinamento nazionale dei gruppi impegnati per la lotta alla discriminazione contro i rom e i sinti. Di fama però Piero lo conoscevo già da qualche anno, soprattutto grazie al suo contributo nel volume ‘L’Urbanistica del Disprezzo’ (manifestolibri, 1996). Ma incontrarlo di persona fu una piccola rivelazione. Quel incontro mi lasciò un senso profondo di affinità, di riconoscimento, e ad esso seguì un dialogo a distanza, fatto di riunioni, email, telefonate, lettere aperte, manifesti programmatici, ma anche chiacchierate, cene conviviali, e risate tra amici.

La nascita di OsservAzione, Le Piagge Firenze, 13 Novembre 2005

La nascita di OsservAzione, Le Piagge Firenze, 13 Novembre 2005

Quando nel 2002 raccontai dei campi di Scampia, dell’arrivo dei profughi delle guerre iugoslave e della difficile interazione tra i nuovi arrivati e i locali in ‘Figli del Ghetto: Gli italiani, i campi nomadi e l’invenzione degli zingari’, proposi a Piero di scrivere la prefazione; lui con grande generosità accettò. Ho copiato il testo qui in basso, un testo breve ma che cattura la capacità di Piero di collegare la situazione dei rom a quella di altri gruppi minoritari e stigmatizzati, e di porre l’accento sui meccanismi che producono esclusione, non ultimi i termini e il linguaggio che adoperiamo.

Qualche anno dopo, nel 2005, quando lavoravo alla mia ricerca di dottorato, mi trasferii per un periodo a Firenze, per qualche tempo fui ospite a casa di Piero e Maria. Lui mi aiutò a prendere contatti nell’amministrazione comunale, mi presentò come suo amico a molte famiglie rom, mi portò a visitare i campi, e soprattuto mi ascoltava la sera, quando tornavo a casa dopo una giornata di interviste e scoperte varie e con la sua saggezza mi aiutava a mettere in ordine i tasselli disordinati che andavo cumulando.

A ottobre sarei tornato a Firenze per un periodo di studio, avevo chiesto a Piero consiglio su dove cercare casa e aspettavo con trepidazione l’opportunità di riavviare con lui e gli altri osservAttori quel dialogo iniziato quindici anni fa. Ora che Piero ci ha lasciati, ci tocca trovare la forza da soli per un nuovo slancio e per portare avanti quelle idee e modo di lavorare che abbiamo condiviso e discusso con passione in questi anni. Senza la saggezza, il coraggio, l’energia e il sorriso di Piero sarà molto piu’ difficile.

 
Prefazione  a Figli del Ghetto

di Piero Colacicchi

 “Il pregiudizio è un’opinione che non si fonda sul giudizio”. Così Voltaire inizia la voce Pregiudizi nel Dizionario Filosofico, per concludere: “E tutto ciò durerà fino a che i nostri vicini […] non cominceranno a comprendere che la stupidità non serve a nessuno, e che la persecuzione è una cosa abominevole”.

Oggi, e si potrebbe dire da sempre, la vita dei Rom dipende da opinioni senza giudizio, generiche e prive di fondamento: da pregiudizi anche sciocchi che però hanno portato, e portano tuttora, a persecuzioni abominevoli.

Eliminare le opinioni infondate e far smettere le persecuzioni dovrebbe essere compito primario di ognuno di noi, ma non è sempre facile: certo non lo è quando questi pregiudizi, divenuti senso comune, sono stati anche approvati dagli “uomini di scienza” – sociologi, psicologi, antropologi, storici, medici –  e hanno così ottenuto la patente di verità. In questo caso il lavoro da farsi diventa difficile. Bisogna saper offrire testimonianze inconfutabili, fatti concreti e precisi ed una documentazione scelta con rigore e presentata nel modo più chiaro possibile.

E questo è ciò che fa nelle pagine che seguono Nando Sigona, uno studioso di politiche sociali che da anni frequenta i Rom di Napoli e che, insieme a loro, si scontra con l’indifferenza e con le persecuzioni che li opprimono. Il metodo di Sigona è semplice e diretto. Partire dalla cronaca, da fatti accaduti a Napoli e quindi visti nel loro svolgimento, ed allargare intorno a ciascuno di essi, con la prudenza di chi è conscio del rischio, in varie serie di cerchi concentrici, il discorso: dall’atteggiamento diffidente del vicino di casa ai massacri dell’UCK, dai blitz di Vigili e Carabinieri alla guerra nei Balcani, da Bassolino a Clinton.

Il primo ostacolo è rappresentato dai nomi: Rom (come essi si chiamano) o Zingari? Oppure Nomadi? “Il problema – osserva Lewis Carroll in Alice nello specchio per bocca di Humpty Dumpty – è un altro: tutto sta nel capire chi è che ha in mano il potere sulle parole”. Nel caso dei nomi con cui vengono designati i Rom, non si tratta di una semplice etero-denominazione costruitasi nei secoli (come è il caso, per esempio, di Tedesco o German rispetto a Deutch). Ai Rom il potere su come essere chiamati è stato tolto molto tempo fa, e i nomi con cui vengono designati da noi – zingaro, nomade – sono pieni di disprezzo, sono di per se stessi contenitori di pregiudizio. Zingaro: sporco ed infido, come attestano innumerevoli  modi di dire. Nomade: senza fissa dimora, incontrollabile, sfuggente, occulto. Questi termini esprimono un senso di pericolo e tradiscono propositi di emarginazione. La riconquista del potere sul nome, il termine Rom che loro, tutti, oggi pronunciano con semplicità ma anche con orgoglio e chiedono venga usato, ha implicato – come fu nel passaggio da nigger a nigro a black ad Afroamerican, negli Stati Uniti – un impegno politico non da poco e una importante presa di coscienza.

Viene, a questo punto, da chiedersi quali siano le tendenze all’interno del mondo Rom e nelle organizzazioni internazionali volte a risolvere la complessa condizione di queste persone presenti in tanti paesi diversi. Le opinioni, anche all’interno dei circoli di intellettuali e dei politici Rom sono molte e contrastanti. Pesano le difficoltà, ancor oggi enormi, delle comunità Rom nel loro insieme a trovare l’unità che permetta un’efficace organizzazione politica: difficoltà ad organizzarsi che partono quasi sempre già dal piano locale. Malgrado il numero dei Rom nel mondo sia grande, si tratta sempre di piccoli gruppi di persone, sparsi tra i diversi continenti e muniti di infinite cittadinanze. Alcune comunità si trovano a dover condividere territori con gruppi in guerra tra loro, come è il caso dei Rom iugoslavi; altre, cacciate da dove avevano trovato rifugio temporaneo, sono costrette ad abitare in campi in cui i problemi più impellenti ed esclusivi sono rappresentati dalla sopravvivenza. e dalla difesa dalle leggi sull’immigrazione che continuamente mettono a repentaglio la possibilità di permanenza nel paese ospitante.

Anche le organizzazioni internazionali che cercano soluzioni, e che oggi contano un buon numero di rappresentanti Rom, spesso non sanno come muoversi.

Per esempio, scrive lo studioso Martin Kovats (2002): “il Consiglio d’Europa, nel definire la questione dei Rom come politica in senso specificamente etnico rischia di creare un nazionalismo in cui gli aspetti politici coinciderebbero con quelli culturali. […] Un nazionalismo Rom che, nel caso migliore, porrà ostacoli alla solidarietà dei non-Rom; e nel caso peggiore porterà ad instabilità e conflitti politici violenti. Le politiche riguardanti i Rom dovrebbero crescere dal basso e non venire imposte dall’alto, anche perché i Rom devono aver la possibilità di influenzare le autorità locali e nazionali le cui decisioni determinano i loro destini come cittadini di stati individuali […]. É dovere morale e legale di ciascuno stato provvedere meccanismi che permettano ai suoi cittadini di difendere i propri diritti indipendentemente da nazionalità ed appartenenza etnica”. Gli si contrappone Ivan Vesely (2002), presidente dell’Associazione Rom Dzeno: “Il movimento dei Rom non può trovare forza che attraverso un processo di presa di coscienza nazionale. Dobbiamo concentrarci su ciò che unisce i Rom ed aumenta il sentimento di compartecipazione”.

Se è difficile, come si vede, per i Rom capire come organizzarsi e quali politiche attuare, molto più difficile lo è per i non Rom  che volessero partecipare al processo di liberazione dei Rom senza invadere il loro campo poiché essi, nel migliore dei casi, spesso si muovono tra totale ignoranza della questione, opinioni di seconda mano – spesso infondate – e pregiudizi. Difficile capire come sia meglio agire, quantomeno, senza procedere ad un’analisi  approfondita di fatti obbiettivi. Questo è l’impegno, riuscito, di Sigona, che procedendo con fatti, con immagini vivaci, ricostruendo gli eventi, si limita ad approfondire la ricerca senza cadere in insegnamenti paternalistici ( molto comuni, invece, in altri libri) e lascia, così, che eventuali suggerimenti scaturiscano dal testo stesso. Figli del Ghetto rappresenta così una indispensabile guida per gruppi politici, per Ong e per singoli interessati alla questione.

Bibliografia

KOVATS, M. (2002) “The European-level ‘Gypsy Question”, la versione inglese dell’articolo ricevuta dall’autore. University of Economics, Budapest

VOLTAIRE, (1970) “Pregiudizio” in Bonfantini, M. (a cura di), Dizionario filosofico, Milano: Mondadori pp. 541–545.

VESELY, I. (2002) “Where is the Power of the Romani Movement?”, Roma Rights, 1

Piero Colacicchi è stato presidente dell’Associazione per i Diritti delle Minoranze (ADM) e tra i fondatori del Co.na.R.eS. (comitato nazionale Rom e Sinti). Ha scritto su “Il Ponte”, “Senzaconfine”, “AUT AUT”, “Guerre e Pace”, “Roma Rights”. Suo il capitolo “Discriminazioni” ne “L’Urbanistica del Disprezzo” (a cura di Brunello, 1996) e la presentazione in “Romané Krlé”, Sensibili alle Foglie (1992), poesie di Rom in Italia.

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